Il presidente del SEV Matthias Hartwich cita la canzone di solidarietà di Bertolt Brecht del 1930: «I nostri padroni sono felici della nostra discordia, perché finché ci dividono, rimangono comunque i nostri padroni». La canzone esorta «neri, bianchi, bruni e gialli» a lottare insieme contro la tirannia dei loro «padroni», invece di combattere le loro guerre gli uni contro gli altri. Hartwich solleva così la domanda: a chi giova il discorso d’odio?
Secondo Wikipedia, per «Hate Speech» si intendono espressioni di odio volte a denigrare (gruppi di) persone in base a caratteristiche identitarie «innate» quali l’origine, la religione, il genere, l’orientamento sessuale o la disabilità. «Chiunque incita pubblicamente all’odio o alla discriminazione contro una persona o un gruppo di persone per la loro razza, etnia, religione o per il loro orientamento sessuale; (…) è punito con una pena detentiva fino a tre anni o con una pena pecuniaria», recita l’articolo 261bis del Codice penale svizzero (norma penale sul razzismo).
Besa Mahmuti, segretaria sindacale incaricata delle questioni migratorie presso il SEV, modera la tavola rotonda e chiede al regista Samir Riadh: «Che impatto hanno su di te i discorsi d’odio?» – «Se non avessi compreso, da un punto di vista politico-analitico, come funziona la società e che gli apparati di potere suggeriscono alle persone come devono pensar, mi sarei sentito molto male», risponde lui. Infatti, già nell’era predigitale, dopo i suoi interventi pubblici riceveva telefonate di odio, per posta addirittura proiettili di fucile e lettere di lettori «di cui ci si chiedeva come avessero potuto essere pubblicate». È stato insultato definendolo straniero, arabo, musulmano e, dopo l’«11 settembre», terrorista. E si è costruito una corazza.
Szabolcs Mihalyi, consigliere comunale bernese del PS – che all’età di quattro anni è fuggito dall’Ungheria con i genitori – a Berna-Bethlehem ha incontrato «in ogni classe qualcuno che trovava anomalo il fatto che io vivessi qui», anche se queste persone in genere non avevano nulla contro «Sabi» personalmente. Ma il suo nome da solo basta a far sì che alcuni gli neghino ancora oggi il diritto di considerare come patria il Paese in cui è cresciuto. Secondo la sua esperienza, i media pubblicano troppo spesso commenti discriminatori sul web e, una volta segnalati, li cancellano spesso solo dopo ore; i media internazionali lo fanno ancora più tardi, se non addirittura mai. «La moderazione deve essere più rigorosa», esige Mihalyi. Anche Samir Riadh ritiene che l’articolo 261bis e il divieto di discriminazione previsto dalle convenzioni sui diritti umani debbano essere applicati. «A tal fine, tuttavia, Internet dovrebbe essere organizzato in modo cooperativo».
«I commenti pieni di odio hanno già spinto molti giovani al suicidio, quando sono rimasti soli ad affrontare tutto quell’odio», aggiunge Tabea Rai. Pur essendo cresciuta nella regione di Berna, Tabea, in quanto «persona di colore», ha sempre ricevuto molti commenti discriminatori in relazione al suo impegno politico in Consiglio comunale e in Gran Consiglio – a maggior ragione dopo aver fatto coming out come persona non binaria. Tabea, però, ha visto anche questo come un segno del fatto che stava facendo un buon lavoro. In alcuni casi ha scritto delle risposte, «perché l’odio è spesso causato dalla paura di persone che non si conoscono e di cui si ha un’immagine sbagliata». Alcune persone sono state semplicemente socializzate in modo xenofobo.
«Nella nostra società, le donne sono generalmente oggetto di critiche maggiori rispetto agli uomini», osserva Tabea. «E se un’addetta all’assistenza clienti o una persona in sedia a rotelle viene percepita anche come migrante, la soglia di inibizione si abbassa ulteriormente. Spesso le persone coinvolte non si rendono conto che la discriminazione che subiscono è di natura strutturale, ma la vivono come un problema individuale e personale». Tabea Rai consiglia alle persone coinvolte: «Cercate il contatto con persone che vivono la stessa esperienza, senza che questo implichi necessariamente dover migliorare insieme la società».
Nella parte dedicata alla discussione, molti colleghi e colleghe hanno raccontano le proprie es-perienze caratterizzate dall’incitamento all’odio.
Markus Fischer







